Ciao, lavoro dietro le quinte

Vi è mai capitato di vedere uno di quei documentari sulla natura super dettagliati dove riescono a filmare in macro l’intero processo riproduttivo, poi da bruco a farfalla? oppure di come i pesci cristallo si nutrono e ancora come gli uccelli riescono a vedere un insetto in mezzo alle foglie e lo puntano per mangiarlo? ma penso anche a come si muove un serpente in mezzo alla Foresta Amazzonica? a me sì e come sempre faccio le mie riflessioni del caso. Dietro a quei pochi minuti che noi ci godiamo sul divano o che passiamo davanti alla televisione, spesso distratti, ci sono persone che hanno passato ore in acqua, appostati con le loro telecamere in posti impossibili da immaginare in posizioni strane per non farsi vedere o camuffati in modi assurdi.

I fotografi e i cameramen che realizzano i documentari sono una parte di questo lavoro che noi vediamo, c’è poi chi monta, chi ci mette le musiche, gli effetti, ecc. Possiamo parlare allo stesso modo di chi lavora per far suonare il nostro gruppo preferito dal vivo, oppure chi ci permette di di goderci lo spettacolo a teatro.

Questo lavoro è il “dietro le quinte“, purtroppo sempre più spesso è denigrato e scontato. Ogni cosa che ci passa tra le mani, ogni servizio che usiamo, ogni software che facciamo girare sul nostro PC, ha qualcuno che ha lavorato dietro le quinte per pensarlo, crearlo e farlo arrivare a noi, forse merita rispetto e riconoscenza.

Oggi siamo nel mondo del tutto free, voglio tutto senza pagare. Abbiamo Google che ci da una casella di posta senza pagare, pretendiamo che anche gli altri facciano la medesima cosa, abbiamo Facebook che ci permette di postare le nostre foto in modo che tutti possano commentarle oppure YouTube che ci “regala” la possibilità di vedere video in ogni momento della nostra giornata, ascoltarci musica e seguire chi ci piace per farci influenzare. Vogliamo allora che ogni cosa possibile e immaginabile debba essere Free o meglio GRATIS, quello che non capite è che nulla di tutto ciò lo è. Voi pagate ogni giorno ogni cosa, solo che pagate con una moneta che ha molto più valore del denaro, VOI.

Mi considero un lavoratore dietro alle quinte, davanti al pubblico ci sono sempre altri che sono bravi a valorizzare se stessi ma non sanno che il loro successo è dovuto al lavoro che sta alle loro spalle. Non mi riferisco per forza al datore di lavoro, nella maggior parte dei casi anche lui lavora dietro le quinte, parlo di chiunque davanti a te capace di proporre una soluzione al problema di altri, lo confeziona a puntino, poi si gira ti passa la confezione e dice… FALLO!

Mi capita sempre più spesso di incontrare situazioni, o meglio dire ci inciampo letteralmente sopra, e non sono il solo, nelle quali è scontato l’apporto che devi dare alla soluzione, perché tu devi trovare la soluzione di qualcosa che non hai pensato, non hai analizzato e al quale non hai dato un tempo.

Credo che alla fine tutti lavoriamo dietro alle quindi di qualche spettacolo, il problema è che gli spettatori pensano che gli unici che debbano ricevere gli applausi e le lodi sono sono quelli che si vedono e che raramente si ricordano di chi gli permette di essere lì a fare gli splendidi.

Virtualizzati

Chi lavora nel campo informatico conosce il termine Virtualizzazione, da alcuni anni ormai la virtualizzazione è entrata prepotentemente nell’ambito IT. I motivi sono diversi, si parte dalle nuove architetture distribuite, dal fatto di poter avere servizi diversificati su macchine, se pur virtuali, dedicate, abbiamo sempre più frequentemente reti sulle quali sono presenti sistemi operativi diversi, oppure architetture SOA alle quali vengono dedicate macchine con caratteristiche specifiche per singoli servizi.

La virtualizzazione è vantaggiosa soprattutto per chi gestisce le macchine e l’infrastruttura HW, è più semplice gestire backup e restore, in caso qualche cosa non funzionasse correttamente, è più semplice cambiare le performance (RAM, CPU, Disco) quando necessario, e così via. Certo, l’hardware e il software per gestire una infrastruttura virtuale hanno costi onerosi ma ha il suo perché da molti punti di vista.

Abbiamo detto che il mondo IT è già preparato, ma la virtualizzazione è nella vita di tutti i giorni, forse molto di più di quello che pensiamo. Abbiamo gli operatori di telefonia virtuali, sono quegli operatori che non hanno una propria rete ma sfruttano quelle esistenti, dietro accordi commerciali, e vendono un loro servizi come se fossero operatori reali ma di fatto loro non hanno nulla, alcune le conosciamo tutti PosteMobile, Kena, CoopVoce, FastWeb Mobile, e molte altre. A breve probabilmente ci virtualizzeranno anche le SIM telefoniche, niente più pezzo di plastica da inserire nel telefono ma il nostro telefono “saprà” che numero usare.

I nostri soldi hanno un valore reale, ma nel mondo della finanza è tutto virtualizzato, sappiamo che l’ammontare del valore di denaro mondiale non ha una corrispondenza in banconote fisiche, ogni volta che trasferiamo dei soldi utilizzando carta di credito, bancomat, bonifici e altro, quello che spostiamo è sì una valore reale ma su supporto virtuale.

Ci hanno virtualizzato le carte di credito, vedi l’uscita recedente di Apple Pay, anche in questo caso, virtualizzi la tua carta di credito all’interno dell’IPhone o dell’Apple Watch e paghi direttamente con il device. Oppure strumenti come SatiSpay che crea un borsellino virtuale e trami l’app di permette di fare pagamenti. Non dimentichiamo la virtualizzazione monetaria per eccellenza, le Cripto Monete o Criptovalute, avrete sentito parlare di Bitcoin, Ethereum, ed altri. Sono monete totalmente virtuali che esistono solo in rete ma oggi possono essere usate per pagare servizi oppure scambiate in denaro reale. Come funziona una Cripto moneta è una cosa abbastanza complessa da capire, parliamo di Blockchain e cifratura ma è molto più semplice usarla, quindi non voglio annoiarvi, passiamo oltre.

Sembra finita qui, ma è solo l’inizio, se ci guardiamo attorno, vediamo che siamo pieni di servizi che virtualizzano una nostra proprità e la tolgono dal nostro possesso, certo sono scelte nostre, virtualizzano qualcosa che fino a qualche tempo prima per noi era tangibile. Prendiamo l’esempio di Spotify, paghiamo un servizio per ascoltare tutta la musica che vogliamo ma nulla è più nelle nostre mani, non abbiamo noi la musica, possiamo farne il download, avendo un account premium, ma possiamo ascoltarlo solo sul device sul quale lo abbiamo scaricato, ma se ci scade l’account?, nulla è più nostro o anche ciò che avevamo sul nostro device, non possiamo più ascoltarlo.

Servizi di questo tipo ce ne sono per tutte le necessità, il cloud ha poi esteso la virtualizzazione portando tutto al di fuori della nostre rete aziendale, della nostra casa, del nostro computer.
Penso sempre… se sono un’azienda che paga per avere un servizio sul cloud, la mail, i documenti, i contatti, se dovessi smettere di pagare? non dico che la mia roba non la rivedrò più, ma non saprei più dove metterla se non su un altro servizio di Cloud, se da oggi, come azienda intraprendo questa strada, ho generato una dipendenza totale dalla virtualizzazione.

C’è ancora molto di cui parlare ma concludo parlando di realtà virtuale e realtà aumentata. Anche in questo caso viene virtualizzato un mondo che non esiste attorno a noi, Oculus Rift, Gear VR o Holo Lens, non hanno spopolato come ci si aspettava ma è comunque un trend in salita, quando avremo applicazioni reali alla realtà virtuale, strana cosa da dirsi ma ma dobbiamo trovare applicazioni nel nostro mondo reale nelle quali usare le applicazioni virtuale, probabilmente diventeremo dipendenti dal mondo che altri creeranno per noi.

Non pensate che sia contrario a questa evoluzione tecnologica, l’Homo Sapiens ha prevalso su tutti gli altri animali, sia per ferocia, ma sopratutto per volontà di evolversi indipendentemente da quello che gli sta intorno.
Virtualizzare è diventato necessario per poter superare dei limiti, quali sono questi limiti?, solo la virtualizzazione della realtà ce li può mostrare.

Gli altri ambiti nei quali verrà utilizzata in modo massiccio la realtà virtuale, li lascio immaginare a voi, vi assicuro che non ci vuole poi tanta fantasia.

Il limite nell’era del tutto

Recentemente mi sono imbattuto in situazioni strane, ogni cosa che usavo aveva un limite, certo, ogni cosa possiede un limite, quello che mi hanno colpito sono state le caratteristiche di questi limiti.

Capisco la stranezza di quello che scrivo e il poco interesse che questo possa suscitare in voi, però, facendo un po’ di posto a quello che è il mio senso pratico, ho trovato le cose curiose e quindi non ho resistito a farci sopra qualche considerazione.

Nella mia macchina, il limite del volume è 62, proprio così, una valore che apparentemente può non avere un significato, perché questo numero? Chi ha curato la UX non poteva pensare che il volume poteva essere espresso in percentuale? Minimo 0% massimo 100%, in questo modo, quando aumento il volume, mi rendo subito conto che sto arrivando al volume massimo, così mi ritrovo a dare su il volume o ad un certo punto viene fuori la scritta MAX.

Dopo questa mia considerazione sul volume della macchina, mi sono capitate altre cose relative al “limite” quindi mi sono interrogato sul perché vengono definiti limiti curiosi. Quando non vengono definiti limiti? quando invece avrebbe senso metterli? Tutto di fatto ha un limite, che poi questo limite sia dove noi non possiamo arrivare, è un altro discorso.

Amazon vende spazio disco illimitato ad abbonamento annuale, lo spazio è certamente limitato ma loro ne hanno quantità enormi che noi probabilmente non riusciremo mai a riempire, ma con la formula ILLIMITATO la cosa ci rassicura e il Marketing funziona meglio, da qui parte il discorso in ambito tecnologico.

Da un cliente ho scoperto che un fornitore di posta molto conosciuto, ha un limite su quanti utenti possono essere presenti in un gruppo, il numero è 25, ho approfondito e capito il perché di questo limite, questioni prestazionali, dirlo prima che attivi questo servizio?
In un’altra situazione abbiamo scoperto che un servizio, anche questo molto conosciuto, ha un limite definito di 1000 utenti, se ne hai di più? Ti cerchi modi alternativi.
Questa invece l’ho trovata magnifica, il mio provider, mi dà spazio disco illimitato ma… un numero limitato di file, ottimo provider ma scoprirlo dopo che su quell’informazione ci hai fatto molti ragionamenti…
Ultimo esempio, un noto operatore ha appena lanciato una nuova tariffa con connessioni dati Unlimited, puro marketing, la verità è, hai 5GB che se vengono consumati, continui a navigare a 128kbps, certo con questa velocità ci puoi fare un sacco di cose, e il 90% degli utenti sappiamo benissimo come utilizza uno smartphone (ovviamente queste informazioni sono nelle varie postille del servizio).

Se ci pensate, quando vieni messo davanti ad un limite la cosa scoccia molto, probabilmente essendo nel mondo del tutto possibile, tutto connesso e tutto illimitato, trovarti davanti a queste situazioni genera confusione e spesso ti arrabbi o prendi la cosa di petto solo perché nessuno ti ha detto prima che esiste quel limite, lo sei venuto a scoprire da solo e solo quando hai raggiunto quel limite.

Ma perché tutta questa tiritera? semplice, viviamo nell’era del tutto, ma di fatto, tutto ha un limite, forse avrebbe senso dichiarare e far capire meglio i limiti di un servizio e mettere così gli utenti più a loro agio.

Magari, dopo aver letto questo, scoprirete che vicino a voi ci sono più limiti di quello che pensate. Se pensate di essere liberi e di avere tutto quello che volete, probabilmente non avete ancora raggiunto il vostro limite.

Un limite c’è sempre.

AI Sexual, gli innamorati del futuro

Era un po’ che volevo scrivere questo articolo, un po’ per curiosità e un po’ per capire se è un argomento del quale possiamo parlare senza considerarlo una stupidaggine.

Capisco che il titolo potrebbe risultare un po’ fuori dagli schemi, ma nell’ultimo periodo mi è capitato, visto anche l’enorme interesse su questo argomento, di leggere articoli, libri e ricerche che parlano di Intelligenza Artificiale e BOT.

Siamo inondati da modelli di sessualità, non intesi come atto in sé ma come modello di attrazione tra due persone, alcuni esempi sono il pansexual e/o polisexual, bisexual, etero, ecc., più una serie di sottoinsiemi che definiscono elementi specifici di attrazione. A questi perché non possiamo aggiungere un modello AI-Sexual?
Proviamo a guardare oltre il blocco che abbiamo rispetto al fatto di considerare impossibile innamorarsi di qualcosa che non sia umano, nel senso di essere, uomo o donna che sia.

Abbiamo casi di persone che hanno chiesto di sposare la loro macchina, sì, la macchina su quattro ruote, oppure persone che convivono con bambole di gomme e si ritengono appagati perché hanno una ricambio nel “rapporto” con questi elementi. Possiamo dire che sono casi strani e rari, non li possiamo considerare perché non è possibile innamorarsi di oggetti inanimati e sono persone malate, ecc. ecc., ma se passiamo oltre a questo, perché non possiamo innamorarci di un elemento che anche se inanimato ci restituisce qualcosa o crediamo che lo faccia che ci rende felici?

Credo che il nostro futuro possa davvero essere simile al progetto di Kubrick raccontato in A.I. – Intelligenza artificiale, film del 2001 diretto da Steven Spielberg oppure a l’Uomo bicentenario tratto da un racconto di Isaac Asimov oppure alla trama di Ex Machina, già oggi accadono situazioni simili e vengono portate alla luce.
Benché non esista ancora un livello tecnologico che permetta realmente ad una macchina di “pensare” e capire realmente ciò che noi diciamo, esistono situazioni nelle quali utenti che parlano via chat con “qualcuno” generino una dipendenza o un’attrazione totale per chi sta dall’altra parte pensando sia una persona e non una macchina. Esistono BOT che sono più o meno in grado di dare risposte reali in base a come sono stati addestrati ma da qui a parlare di intelligenza artificiale c’è ancora un po’ di strada da fare. L’essere umano di base è semplice con esigenze semplici quindi è facile capire e prevedere un gran numero di queste esigenze, il problema è dare risposte a ciò che non viene considerato, questa sarà la vera rivoluzione dell’intelligenza artificiale.

Una vicenda recente portata alla cronaca è quella di un sito community dedicato a persone con problemi di insicurezza, di scarsa considerazione di se stessi che utilizzava questo sito per scambiarsi informazioni, per gestire i momenti difficili e così via. Ad un certo punto è stato inserito un BOT nel flusso di comunicazione con gli utenti perché avevano notato che le richieste erano molto simili quindi poteva aver senso. Per un certo periodo la cosa ha funzionato fino a quando qualcuno sì accordo che dall’altra parte non c’era una persona ma bensì una macchina. Questo è avvenuto per quello che dicevo prima, non siamo ancora ad un livello tale che una macchina possa sostituire una persona nella comunicazione in quanto alla macchina vengono “insegnate” delle cose ma oltre a quelle non è in grado di andare. Comunque, scoperto il BOT gli utenti di sono arrabbiati molto perché si sono sentiti traditi, aspettarsi che fosse una macchina a dargli sollievo durante i loro momenti di sfogo era troppo.
Un altro esperimento universitario, ha dimostrato che in un contesto di mille persone messe in contatto tra loro e via via sostituire le persone con BOT, senza ovviamente dire nulla, generava comunque soddisfazione da parte degli utenti e in alcune situazioni gli utenti si sono innamorati dei loro partner artificiali.

In questo momento il nostro modello sociale non può contemplare l’amore verso qualcosa di artificiale, se però dovesse accadere, e probabilmente accadrà, che robot e/o macchine senzienti vengano accettate come parte integrante della società, l’essere umano accetterebbe l’idea di potersi innamorare di qualcosa di non umano? Credo di sì.

Vedo ancora lontana questa svolta, per motivi tecnologici in primis, ma già oggi abbiamo situazioni che sempre più spesso evidenziano la fragilità dell’essere umano nelle relazioni, se la relazione è virtuale, ho la certezza che sarà sempre più difficile capire chi c’è dall’altra parte e il dramma sarà sempre il momento nel quale si scoprirà che chi è dall’altra parte del filo, non esiste come pesiamo noi.

I Social e la nostra Privacy

Io onestamente non capisco, credo che le persone, e qui “sparo nel mucchio” certo di colpirne molte, siano incapaci di capire le basi dei social network GRATUITI.
Ci si lamenta che:

  • Tracciano la nostra posizione
  • Condividono le nostre foto
  • Salvano le nostre chat
  • Condividano le nostre informazioni
  • Che possano far scoprire cose di noi ad altri
  • Ci mostrano continuamente pubblicità

Ma di fatto questo è il loro valore, sapere tutto di noi e venderlo ad altri, il marketing attraverso i social network è potentissimo perché consente di sapere i nostri gusti, sapere cosa ci piace, cosa vorremmo comprare o cosa non vorremmo compare in base al nostro stato d’animo, alle nostre amicizie, dove andiamo o come ci andiamo, tutto raccolto dalle app interne al nostro amico telefono.

Quindi perché ci si lamenta? se siamo i primi a pubblicare le nostre foto, il nostro stato d’animo, quello che ci piace, cosa mangiamo, cosa compriamo, mettiamo i “ci piace” su cosa comprano gli altri o su cosa vorremmo comprare per noi.
Se postiamo una foto sulla nostra pagina Facebook o Instagram, questa viene scaricata da qualcuno o pubblicata sulla sua pagina Facebook che a sua volta altri pubblicano o mandano in giro, non possiamo poi noi lamentarci che la cosa non doveva essere fatta dal momento che noi per primi abbiamo deciso di divulgare quel dato.

Sono poi stranito dal fatto che non si capisce una cosa, allo stato attuale della tecnologia, i giovani e giovanissimi, non hanno idea di cosa sia la privacy, loro sono nati in un mondo che vede nella condivisione la possibilità di essere qualcuno, le nuove star vengono fuori dai Social Network, i cantati dai Talent Show o da YouTube, gli esperti di cucina sono food blogger e gli stilisti chiamano alle loro sfilate le fashion blogger più affermate perché sono in grado di influenzare schiere di fan senza dover spendere capitali in marketing.

Quindi il nostro compito non è preoccuparci della privacy, di fatto la privacy è il nostro rapporto che vogliamo avere noi con il mondo. Capire e far capire che ogni cosa che decidiamo di pubblicare, ovunque, ha una conseguenza, quello che finisce resta in “vivo” anche dopo di noi, può sempre tornare in primo piano ed è possibile che qualcuno lo usi per ottenere “qualcosa” da noi.

La rete non è il male, è uno strumento, siamo noi a decidere come utilizzarlo, quale livello e quale parte della nostra vita vogliamo rendere pubblica è solo una nostra decisione ma se decidiamo, è nostra responsabilità gestirne le conseguenza. Dico questo per far capire che i giovani non sono in grado di capire quali sono le conseguenze, la loro visione della rete è un posto nel quale puoi essere qualcuno o puoi contare per qualcuno, molti o pochi non è importante, l’importante è esserci in un qualche modo, il disastro è che nessuno, o quasi, è in grado di fargli da guida, sarebbe utile che fossero argomenti discussi nelle scuole, sarebbe utile che i genitori sapessero gestire la loro vita Sociale, sia online che offline, per essere di esempio ai figli.

La privacy è importante nel momento in cui riesce a difenderti da chi vuole usarti per i propri scopi, non è uno strumento per permetterti di nascondere ciò che non vuoi far conoscere agli altri.

E’ un argomento molto vasto di cui si parla molto poco e se ne parla, solo per fare ascolti, solo nei casi in cui qualcuno si suicida per dei video apparsi in rete o per profili falsi usati per denigrare un compagno di scuola. Dietro c’è molto di più e nascondere tutto o non considerarlo importante, porterà ad una sempre minore consapevolezza dei pericoli che di fatto sono dietro l’angolo.

Osservate le persone attorno a voi, vedrete che sono veramente in pochi a capire quello che fanno, a capire che ci sono conseguenza, per gli altri è tutto il mondo dei balocchi e la soluzione non è non avere un account social ma è un motivo in più per averlo e imparare ad usarlo.

Tiriamo le somme anche quest’anno 

Come sempre a fine anno, mi guardo indietro per vedere cosa ho fatto e cosa avrei potuto fare, questo mi è utile per capire come procedere con il nuovo anno, darmi le priorità e fare le scelte, non mi sembra giusto prendere quello che viene ma decidere cosa prendere prima che altri lo facciano per me.

Sono una persona che fa tantissime cose e chi mi conosce lo sa, il 2016 non è stato da meno, ho fatto tanto, ho conosciuto persone nuove, ho riscoperto di me cose che avevo messo da parte come leggere libri e fermarmi di più a pensare. Tra i tanti progetti che ho fatto, alcuni in particolare mi stanno dato molta soddisfazione, Data Service App, Flexy Wall e l’ultimo nato Mostre di Fotografia che, grazie alla collaborazione di un’amica, sta dando i suoi frutti, c’è ancora da fare come sempre in questi casi, ma gli utenti rispondono e restituiscono feedback e questo da sempre molta soddisfazione e permette di migliorare, poi vediamo per quelli che ho in corso.

In primo luogo devo ringraziare, Me e la mia dolce metà che vi assicuro ha molta pazienza perché mi fermo poco a pensare e tiro dritto a testa bassa, segue poi la mia famiglia e Green Team, poi c’è un elenco, che non faccio, di persone con le quali ho potuto scambiare nuove idee e creare nuove opportunità.

Poi, se usciamo dal mio lavoro e dalla cosa che mi piace fare di più, posso dire che…

  • Ci siamo visti più di 30 concerti
  • Ho scritto recensioni su Tutto Rock
  • Mi sono divertito
  • Ho letto molti libri interessanti
  • Ho cucinato tantissimo
  • E… Boh! Altro sicuramente ma non ricordo.

Ho già una lista di cose da fare nel 2017, come ho già scritto in questo blog, i prossimi anni saranno pieni di possibilità, la cosa importante è prenderle in tempo, quindi io faccio la valigia e salgo, vedrò poi quando avrò voglia di fermarmi.

Buone feste a tutti

La nuova UX senza UI

In realtà il titolo è semplificato perché ogni cosa che usiamo, che sia software o hardware, possiede un’interfaccia conosciuta come UI (User Interface) e una modalità di interazione con essa conosciuta come UX (User Experience).

Nel dettaglio però vediamo quello che sta’ succedendo nel mercato. I principali player come Google, Amazon ed è di poche settimane fa la notizia che anche Apple vuole proporre la sua versione, hanno presentato di recente nuovi dispositivi che grazie all’interazione tramite voce, sono in grado di scambiare informazioni con l’utente, tradurre in tempo reale frasi, interagire con la casa per accedere e spegnere luci oppure abbassare o alzare la temperatura, fare acquisti e molto altro ancora, parliamo di Amazon Echo e Google Home che utilizzano rispettivamente Amazon Alexa e Google Assistant per interfacciarsi con l’utente.

Quello che vediamo è anche la crescita molto forte di BOT, agenti virtuali in gradi di rispondere a domande di vario genere o eseguire compiti in base a richieste fatte via messaggi, oppure i più “classici” assistenti che già da quale anno sono presenti nelle nostre vite tramite l’utilizzo costante degli SmartPhone come Siri, Cortana e Google senza dimenticare M, l’assistente virtuale di Facebook.

Dal punto di vista di chi crea e sviluppa software, le cose si stanno evolvendo in maniera sempre più frenetica e con una direzione ben precisa, pensiamo a come rendere efficace l’interazione con l’utente, la nostra UX, ma dobbiamo preoccuparci sempre meno di come deve essere la nostra UI, questa infatti e sempre più spesso definita dai grandi player secondo le regole e secondo la visione che vogliono portare avanti, se dobbiamo creare estensioni agli assistenti virtuali, la nostra preoccupazione è capire cosa chiede l’utente e quale dovrà essere la migliore risposta da dare, ma sapremo che la strada sulla quale avverrà questo scambio di informazioni avverrà, sempre più spesso, tramite l’utilizzo di un’interfacce definite da altri.

Prendiamo Amazon, non vuole essere un sito di e-commerce, vuole diventare l’e-commerce, nel senso che oggi mettere su un proprio store, specialmente se siamo piccoli, non ha più senso, Amazon mette a disposizione strumenti e servizi che ci possono agevolare per vedere il nostro prodotto. Facebook impone sempre di più che l’utente interagisca all’interno del suo social network e non vada all’esterno, di conseguenza se vuoi arrivare ai suoi utenti, devi diventare parte di questo mondo e utilizzare gli strumenti che Facebook ti propone per farti conoscere dai suoi utenti.

Ha ancora senso avere un sito? bella domanda alla quale non è facile rispondere, la tua presenza online di fatto è sempre più di poco interesse per la maggior parte delle persone, se hai un Blog come questo e non promuovi ciò che scrivi all’interno dei Social Network, le persone non ti troveranno mai, ci sono troppe informazioni e poco tempo per gestirle tutte, sempre di più ti focalizzi verso alcune di queste fonti di informazione quindi scegli Facebook (o chi per lui) per seguire gli amici, Amazon per comprare tutto quello che ti serve senza dover spandere tempo a cercare da altre parti, con il vantaggio è di avere tutto pronto, subito, veloce e senza problemi.  Se pensiamo ad Amazon Dash, è un semplice pulsante preimpostato con un prodotto che, se premuto, ti fa arrivare a casa ciò di cui hai bisogno senza uscire di casa o senza preoccuparti di non arrivare in tempo al supermercato, quindi perché devo cercare uno store di un produttore o un distributore quando basta un click.

Ecco il risultato di quello che dico, mi preoccupo del prodotto ma non mi preoccupo più di come questo mi venga richiesto o come debba essere consegnato all’utente finale, più andiamo avanti e sempre meno riusciremo ad arrivare agli utenti in modo diretto, passeremo tramite grandi Player che veicoleranno il nostro servizio ma solo loro risponderanno all’utente finale.

Perché andiamo in questa direzione? mi sembra una domanda fin troppo banale e la sua una risposta è altrettanto banale. Controlli le scelte degli utenti = possiedi gli utenti, puoi veicolare le loro scelte, le loro opinioni in base ai gusti e le abitudini e puoi rispondere meglio alle richieste personalizzando il servizio per il singolo utente, può essere un bene e un male ma questa è la strada sulla quale ci hanno indirizzati.

La nuova rivoluzione

Siamo nella quarta rivoluzione industriale, benché questo sembra avere poca importanza per la maggior parte delle persone, ci troviamo in una situazione in cui grazie all’evoluzione della tecnologia, siamo in grado di realizzare non semplicemente macchine o robot che vanno a semplificare il lavoro dell’uomo, oggetti che interconnessi si scambiano informazioni su come il tutto attorno a loro funzioni in modo corretto e produttivo, ma siamo in grado di realizzare anche sistemi in grado di apprendere le operazioni per farle meglio e più velocemente. Non si tratta di creare un’applicazione che svolga un flusso di operazioni che il programmatore ha impostato, ma applicazioni che senza necessità di scrivere codice, imparano a svolgere le operazioni e adattarsi nel tempo.

Ma per quale motivo parliamo di questo? semplice, perché quello che sta’ avvenendo non genera nessun tipo di interesse verso chi dovrebbe preoccuparsi di questo cambiamento sopratutto perché il tutto sta avvenendo in modo molto veloce quindi succederà che le persone saranno impreparate al cambiamento radicale che stiamo affrontando.

Non facciamo gli allarmisti, nulla di questo, credo semplicemente che una maggiore diffusione del cambiamento debba essere raccontata, ma in che cosa consiste questo cambiamento…

Parliamo di sistemi di Cognitive Computing, Machine Learning e tutto quello che gira attorno a queste nuove parole, probabilmente noi le intravediamo nella semplicità del mondo che ci circonda usando BOT intelligenti che rispondono alle nostre chat, chiedendo a Siri, Cortana o Google Now di aggiungere un appuntamento in calendario o darci indicazioni o fare ricerche per noi, sono sistemi ancora in fase di crescita ma il principio è proprio quello di continuare ad apprendere in modo continuo rispetto ai nostri comportamenti e alle domande che facciamo, di questo non ci preoccupiamo, è un qualcosa di trasparente ai nostri occhi che ci semplifica la quotidianità ma di fatto non ci importa.

Esistono ad oggi sistemi più complessi basati su queste tecnologie che stanno già entrando nel mondo del lavoro, a Milano è nato il primo studio di Avvocati nel quale le pratiche e le risposte ai clienti vengono date da una macchina che è in grado di analizzare documenti, leggi e tutto il resto per dare un’elaborazione della migliore linea da seguire, stanno già provando nuove macchine che nell’ambito assicurativo sono in grado di eseguire il lavoro di un liquidatore o comunque di una persona che svolge un lavoro ripetitivo e quindi ideale da far “imparare” ad un macchina per svolgerlo in modo più sicuro e veloce, test effettuati indicano che una macchina in 16 minuti è in grado di svolgere una pratica che prima svolgevano due persone in un anno. Sembrano fantasie, ad oggi è più facile pensarla in questo modo, se tutto corre alla velocità attuale, tra cinque/sei anni, in un contesto del genere e numeri alla mano, il 90% delle persone che svolgono operazioni ripetitive, compilano documenti amministrativi, pratiche e cose di questo tipo, potrebbero essere sostituite da computer.

Certo, possiamo raccontarci che la politica non può permettere queste cose ma di fatto in un contesto di mercato competitivo, due società in campo una delle quali implementa queste nuove soluzioni e l’altra no, la prima ha certamente vantaggi non indifferenti per qualità e velocità del lavoro e questo detta certamente regole diverse alle quali la politica e non solo dovrà dare risposte.

Torneremo su questi discorsi più avanti facendo nuove considerazioni.

La condivisione nell’era della condivisione

Oggi condividiamo momenti e attività di altri o della nostra vita attraverso video, foto, messaggi, i luoghi in cui siamo e lo facciamo con amici oppure con perfetti sconosciuti che includiamo tra le nostre amicizie per aumentare la nostra popolarità.

In futuro, la condivisione crescerà in modo esponenziale, oltre ai nostri momenti condivideremo le informazioni dei nostri dispositivi, già lo facciamo con bracciali fitness e affini, della nostra macchina e di tutti quei sensori che saranno presente intorno a noi.

La condivisione però non è così presente all’interno delle aziende, certo, parliamo di un altro tipo di condivisione, mi riferisco allo scambio di idee, parlare per avere obiettivi comuni, utilizzare il potere della condivisione per non lasciare indietro nessuno, spiegare perché vengono fatte scelte di un tipo piuttosto che altro.

Sempre di più le aziende avranno la necessità di prendere questa direzione, di condividere gli obiettivi interni, preoccuparsi dello stato di salute del gruppo di lavoro, verificare la produttività e questo può avvenire solo condividendo e deve essere uno sforzo bidirezionale.

Di recente mi è capitato di leggere articoli e libri e seguire qualche seminario online di metodologie Agile in particolare SCRUM. Quello che ho constatato è che questi metodi di lavoro sono molto efficaci se calati dall’alto dell’azienda, utilizzare solo alcune di queste regole o partire dal basso, non porta un reale vantaggio o comunque non è incisivo sulla reale produttività. Una delle pratiche consigliate da molte metodologie Agile, è quella di utilizzare la condivisione per rendere il gruppo di lavoro più coeso, condividere non solo lo stato del progetto e gli obiettivi ma anche condividere la conoscenza per mettere a tutti di essere allo stesso livello o comunque avere un livello di produttività bilanciato rispetto al gruppo e questo di certo è uno dei punti più importanti, gli altri sono la comunicazione, la semplicità e la velocità, ma questi sono discorsi più ampi.

Scrivo questo post perché una delle problematiche maggiori nel mondo del lavoro (mi riferisco al nostro paese in particolare) è che esiste ancora una mentalità dove è predominante l’idea che la gerarchia sia il corretto modo di gestire un’azienda e che tenere le informazioni sia un modo per creare dipendenza e assicurarsi il posto di lavoro o il cliente. Entrambe le cose le ho sempre considerate sbagliate, certo, una gerarchia deve esserci perché è necessario un punto di riferimento, prendere decisioni e gestire il gruppo di lavoro ma deve essere fatto in modo che non ci sia troppo distacco tra il management e il gruppo stesso, per quanto riguarda l’idea non condividere, porta con se’ il problema di restare bloccati se io ho un’idea e non la condivido e vado dritto per la mia strada potrei trovarmi ad avere un risultato di insoddisfazione generale e questo contribuisce alla negatività del gruppo/azienda/cliente.

Il mondo del lavoro sta’ cambiando molto velocemente, c’è la necessità di essere pronti ai cambiamenti ed a reinventarsi con una velocità sempre maggiore e tempi sempre più corti.

Buona lavoro a tutti.

Io sono uno sviluppatore

Purtroppo il mio lavoro è sempre più scontato, più andiamo avanti e più sembra talmente semplice fare le cose che sembra non sia più necessario fare sviluppo o se si decide di farlo, deve essere una cosa veloce, tanto è facile, lo fanno tutti…
Di fatto è vero che abbiamo strumenti più completi, più veloci e che permettono di scrivere meno codice ripetitivo ma comunque è necessario il tempo, è necessaria la conoscenza, è necessario lo studio, è necessaria la passione e la professionalità che va pagata e apprezzata.

Non posso considerare sviluppatore:

  • Chi “scrive” HTML (odio la frase… sono un programmatore HTML)
  • Chi copia incolla senza capire cosa stia realmente facendo
  • Chi pensa che JQuery e javascript siano cose diverse
  • Chi pensa che javascript sia un sottoinsieme di Java
  • Chi prende il codice di altri da Github, si lamenta che non fa quello che vuole e scrive all’autore per chiedere di fargli delle modifiche. La collaborazione???
  • Chi pensa che l’open source sia meglio perché gratis
  • Chi fa domande stupide e non capisce che quella che ha fatto è realmente una domanda stupida
  • Chi da sempre fa solo quella cosa, conosce solo il suo mondo e non è interessato al cambiamento

Il nostro lavoro non è fatto solo da strumenti “prefabbricati” (Worpress o simili), il codice è ancora quello che si scrive ed è necessario, tempo, logica e pazienza che spesso si perde.

Il codice deve ancora essere pensato e scritto a mano se vuoi fare innovazione, se vuoi qualcosa che ancora non c’è, questa deve essere realizzata da qualcuno e questo è lo sviluppatore.

Un’applicazione non è solo slide, colori, grafica, video e bottoni, dietro c’è una logica che fa sì che quell’applicazione faccia qualcosa di diverso dalle altre.

Vorrei buttare su questo post mille altre cose ma chiudo dicendo… E CHE CAZZO!!!