La UX del WC

Mi rendo conto che non dovrebbe essere un argomento di discussione ma, secondo me, ci troviamo davanti ad una delle classiche problematiche dovute ad una User Experience che confonde.
Vi metto davanti ad una scelta, guardate questa immagine?

Indipendentemente da cosa avete fatto prima, dovete agire nel miglior modo per evitare lo spreco di acqua. La domanda quindi è…

Devo premere il testo grande perché è quello che scarica più acqua, oppure perché è quello che più facile da premere in quanto risulta in primo piano e quindi più facilmente accessibile?

Esatto! qui cadiamo nel problema di esperienza utente, di abitudini consolidate, ho infatti riscontrato questa differenza tra diversi scarichi e atteggiamento delle persone (basta chiedere a persone diverse).
In base al bagno che utilizzi più di frequente ti abitui, molti però non sanno che gli scarichi hanno diverse funzionalità a seconda del costruttore.

Come esperienza utente non tutti i costruttori hanno fatto le stesse scelte, ci troviamo con la possibilità di avere:

  1. Due tasti, il più grande è fatto per scaricare una maggiore quantità di acqua, il più piccolo, scarica una minore quantità di acqua. Classico.
  2. Due tasti, il più grande scarica una minore quantità di acqua ma è posizione in modo da essere accessibile come primo, in questo modo l’utente è portato a premerlo senza porsi il problema. E’ l’operazione più semplice da fare senza è pensarci troppo. In questo modo sì ha un risparmio di acqua a priori, poi il tasto più piccolo, di solito in secondo piano, scarica una maggiore quantità di acqua.
  3. Un solo tasto, questa è una terza modalità, presente su molti fornitori, quando viene premuto scarica sempre la stessa quantità di acqua ma con la comodità di poterlo interrompere, questo mette come  attore principale l’utente che può decidere quanta acqua consumare in base a ciò che vede.

Ma perché parliamo di User Experience?
Semplice, se siete persone che viaggiano o comunque che hanno necessità di utilizzare diversi WC, vi sarete imbattuti in situazioni che utilizzano una o l’altra soluzione. E’ ovvio che avete utilizzato sempre l’approccio al quale siete abituati. Non vi siete mai fermati a pensare se il tasto era giusto per quella situazione? Io sì.

Mi sono anche fatto un’idea, magari anche voi avete la vostra, su dove sarebbe giusto usare i diversi approcci.
La prima e la terza soluzione, probabilmente sono usate nelle case e negli uffici, posti frequentati sempre dalle stesse persone che con il tempo acquisiscono la “buona norma” e cercano di ottimizzare utilizzando il tasto giusto.
La seconda soluzione è invece ideale in luoghi frequentati da persone diverse, posti dove gli utenti di solito non si soffermano a pensare cosa premere, quello più comodo e più a portata di mano, viene premuto.
Una considerazione a parte sono i luoghi pubblici, centro commerciali, aeroporti, ecc. in questo caso gli approcci sono molteplici, scarichi automatici, tasti a pavimento o altro, in modo che gli utenti non tocchino nulla di “condiviso”.

No, voglio dirvi di pensare a quale tasto premere ogni volta che andate in bagno, la mia è una considerazione sul fatto che due oggetti che visivamente hanno la stessa interfaccia dietro hanno comportamenti diversi, forse di costruttori dovrebbero mettersi d’accordo.

Ho trovato divertente scrivere di questo argomento, fa capire che ogni cosa attorno a noi, anche la più semplice, implica uno studio relativo all’interfaccia (UI) e all’esperienza utente (UX). Sempre di più queste due parti vengono tenute in considerazione per ogni cosa appartenente al mondo reale e non solo per la creazione di applicazioni.

Buona lavoro a tutti coloro che si occupano di UI e UX.

I programmatori sono obsoleti

E’ una cosa che non ho mai fatto, sapevo però che prima o poi avrei infranto questa regola.

Mi è capitato sotto click il link ad una pagina di presentazione di un prodotto, non faccio nomi e premetto (sono l’uomo che premette, Cit.), non conosco il prodotto. Questo post fa riferimento a cosa hanno scritto nella pagina di presentazione del prodotto per poterlo vendere. Sicuramente la versione italiana è stata tradotta in modo automatico, c’è qualche problema qua e là, ma vediamo insieme cosa hanno scritto.

La pagina contiene tre punti chiave che descrivono il prodotto, si parte con questa.

C’è una ragione per cui lo sviluppo software tradizionale non giova al vostro business. È il codice software. Il modo in cui istruiamo oggi i computer non è tanto diverso da come lo facevamo 50 anni fa: specialisti digitano simboli criptici all’interno di file di testo. Assembler. COBOL. Java. Sono tutti la stessa cosa. Cambia solo il nome.

Certo, ogni programmatore che conosce il “codice software” e che scrive “simboli criptici” in file di testo, sa benissimo che tutti i linguaggi sono uguali e che cambia solo il nome.

La liberazione dalle catene del codice software fornisce risultati immediati. Creerete e modificherete le applicazioni più rapidamente. Vi estenderete in nuovi canali e lancerete nuovi prodotti quando vorrete. Darete straordinario valore al vostro business.

Anche questo passaggio è un punto chiave della presentazione, quando ci liberiamo dalle catene del “Codice Software” abbiamo subito risultati, cosa perdiamo tempo a scrivere codice, ormai non serve più a nulla. E poi…

Una volta tolto di mezzo il codice software, le possibilità sono illimitate.

…, questo era scontato, ma poi continua dicendo che…

Quando si crea il software utilizzando codice software, solo le persone che comprendono tale codice possono svilupparlo

…ma dai, pensavo che a tutti fosse chiaro il “codice software”, ma in compenso loro hanno un’aiuto…

Utilizziamo l’intelligenza artificiale per individuare gli ostacoli alle prestazioni e fiutare le violazioni delle migliori pratiche

Adesso va di moda mettere l’AI ovunque quindi anche a loro non manca.

Altro passaggio fondamentale, tutto cambia troppo velocemente e noi semplici programmatori non riusciamo a stargli dietro.

La tecnologia avanza rapidamente. Quella fantastica libreria JavaScript di cui il vostro addetto alla User Experience vi ha parlato? Già obsoleta. L’app mobile che avete lanciato l’anno scorso? Antiquata.

Quindi il risultato e quello di…

Progettate invece la vostra applicazione e  **** terrà il codice software aggiornato per voi. Modellate la vostra User Experience reattiva in **** e noi genereremo il codice software che integra la più recente tecnologia UX. Pensiamo noi a riscrivere il codice software, così non dovrete farlo voi.

E poi si chiude in bellezza con…

E se volete passare a una nuova piattaforma cloud o passare da un database a un altro, **** genera codice software ottimizzato per la nuova infrastruttura. Nessuna necessità di necessario riscrivere il codice software.

Questo non è solo a prova di futuro. Questo è “Future Empowered”

Io non mi stupisco di quello che è stato scritto, oggi si scrive qualsiasi cosa pur di vendere un prodotto e lo accetto. Non riesco però a comprendere come qualcuno possa crederci. Di certo presentazioni come questa sono fatte per quelle persone che “contano” all’interno dell’azienda e che possiedono il fatidico BUDGET da poter investire, ma sono prive di una qualsiasi base tecnica che possa fargli comprendere quanto cose come queste siano gonfiate rispetto alla realtà.

Ecco l’intera pagina di presentazione.

Evento Apple, ci manca Steve Jobs

Ieri sera, come qualche altro milione di persone,  ho seguito l’evento Apple nel quale sono state presentate le sorprendenti novità che tutti volevamo venissero svelate. Nei mesi scorsi c’è stato un tam-tam massacrante di rumors su che cosa ci fosse dentro il nuovo iPhone, cosa ci fosse fuori, come si sarebbe chiamato e quali colori avrebbe avuto.

Beh! devo dire che tutti, o quasi tutti i rumors sono stati confermati. Ci siamo trovati davanti tre iPhone, due modelli fratelli maggiori dell’iPhone 7 che invece di chiamarsi iPhone 7s si chiameranno iPhone 8 e 8 Plus. Non erano tanto questi due modelli quanto quello che Tim Cook ha introdotto con un pò di suspense, nessuno ha trattenuto il fiato sapendo benissimo cosa sarebbe stato mostrato da lì a poco. iPhone X, la X rappresenta il decimo anniversario dell’iPhone.
Non mi perdo nel parlarvi di caratteristiche e prezzi, tutto quello che è stato presentato è stato postato da siti web specifici, oppure fate qualche ricerca su Google o visitate il sito di Apple, di informazioni ne trovate quante ne volete.

Ero interessato all’evento, non tanto per la nuova versione dell’iPhone, oppure per vedere la qualità dell’Apple TV in 4K, o per sapere quanto sarebbe stato bello il nuovo Apple Watch, che da questa verisone 3 ce lo ritroviamo con un cellulare al suo interno che ci permette così di lasciare a casa il telefono e portarci il minimo necessario al polso. Ero interessato più che altro a cosa avrebbero presentato in termini di UI/UX. Da questo punto di vista non mi hanno deluso, ma neppure esaltato. Apple ha certamente una marcia in più anche se rilancia cose già viste da altri produttori, qui non voglio fare polemica. La nuova spinta che la realtà aumentata stà dando, ha disegnato un nuovo obiettivo nei prossimi mesi per gli sviluppatori, cosa che, in tutta onestà, HoloLens di Microsoft non è riuscita a sfruttare. Adesso che anche Apple è scesa in campo, probabilmente si sarà un’accelerazione, vedremo il lancio di una serie di nuove app e giochi, che utilizzando AR, con o senza ARKit, ci faranno apprezzare un nuovo modo di “vivere” il mondo, esteso, intorno a noi.

L’altra cosa che mi è piaciuta e che credo che farà scuola, sono le nuove Animoji, grazie alla nuova tecnologia di riconoscimento facciale presente sul nuovo device, hanno realizzato personaggi che possiamo utilizzare in Messenger, di seguito il video della presentazione che spiega meglio di quanto possa descriverlo io.

Vedremo nelle prossime settimane come gli utenti reagiranno, questa settimana parte il pre-ordine, aspettiamo qualche numero per capire la reattività degli utenti sia Apple che non.

Chiudo facendo con questa considerazione, Tim Cook ha detto in chiusura

Se Steve Jobs fosse stato oggi qui con noi, sarebbe felice di quello che abbiamo presentato.

Io non ne sarei così convinto, se ci fosse stato Steve Jobs, sarebbe stato un evento molto più da sospiro, si sarebbero viste molte più cose in prima assoluta e probabilmente avremmo avuto un iPhone molto più innovativo.

Classe dirigente

Se ne sente la mancanza? Purtroppo sì!
Già da qualche anno è evidente che non c’è una classe dirigente degna di nota. Lo si vede in politica ma anche nelle medie e grandi aziende. Per non parlare delle partecipate stato/regione/provincia/comune dove la dirigenza è inesistente.

Tengo a precisare da questa lista sono esclusi i managers che gestiscono aziende proprie e che sono quindi motivati, positivi e competenti essendo in gioco il business e sopravvivenza della propria attività. Detto questo, la nuova ondata di manager, già in parte insediata, è più interessata al proprio stipendio e al prestigio dell’incarico che al reale contributo che potrebbe dare alle attività aziendali che possono prendere. Spesso, inoltre, pensano di poter assumere delle decisioni senza sobbarcarsi l’onere delle responsabilità che tali decisioni comportano. Quello che ho appena descritto vale anche in politica e lo vediamo tutti i giorni.

Sto facendo di tutta l’erba un fascio? credo di no e per questo faccio qualche considerazione che condivido con voi. A cosa serve una classe dirigente? Una domanda che molti si pongono. Cerchiamo di dare una risposta.

Ci si lamenta del fatto che i dirigenti prendano tanti soldi, ma se con il loro lavoro tengono in piedi un business sul quale tutti guadagnano e stanno bene trovo giusto che siano pagati, in proporzione al valore aggiunto che portano.

Facciamo un esempio considerando una casa automobilistica. Se da un lato gli operai sostengono che senza di loro non verrebbero realizzare le auto, e che quindi meritano senz’altro uno stipendio maggiore, i responsabili della marketing rispondono che il loro contributo è essenziale al fine di vendere quel prodotto. È evidente che l’apporto degli uno e degli altri è fondamentale: senza un’efficiente rete di vendita le auto resterebbero confinate nei piazzali degli stabilimenti, e senza un’adeguata produzione i clienti non avrebbero nulla da acquistare.
C’è bisogno di livelli intermedi che coordinino queste entità e far sì che vengano costruite il giusto numero di macchine per accontentare tutti gli acquirenti cercando di ottimizzare spese e sprechi. Questi livelli si lamentano a loro volta perché vorrebbero essere pagati di più, senza di loro non ci sarebbero macchine da vendere ed i clienti non conoscerebbero il prodotto da acquistare. E’ un cane che si morde la coda, tutti pensano che senza il proprio lavoro tutta la struttura non reggerebbe. Qui entra in gioco la classe dirigente, persone capaci di organizzare team, prendere accordi e decisioni, definire i passaggi migliore per arrivare ad un obiettivo e così via.
Anche loro vogliono essere pagati di più perché senza di loro… e si torna sempre allo stesso punto.

Questa è la mia considerazione, se abbiamo una nuova classe dirigente che è totalmente incapace di prendere decisioni e accollarsi responsabilità, come pensiamo possa esserci un futuro migliore, avere aziende vive e promettenti capaci di aggredire il mercato e portare valore?
Sì, la questione è proprio questa. Ci troviamo davanti all’incapacità, le decisioni vengono prese per non permettere a nulla di cambiare. Non si cambia nulla perché il cambiamento implica l’assumersi la responsabilità di intraprendere una nuova strada. E se poi questa strada non si rivela quella giusta chi si assume questa responsabilità????? Per questo motivo tutto rimane fermo, ossidato.

Credo che molte delle persone che leggeranno questo post concorderanno con me. Ho scritto di cose banali, che tutti noi conosciamo, sappiamo come funzionano, argomenti scontati, bene, avete ragione, questa però è la realtà dei fatti ed accettare che esista senza farci nulla non fa altro che peggiorare la situazione.

Credo che l’Italia sia un paese con enormi possibilità e capacità di aggredire diversi mercati ma abbiamo aziende e un sistema paese con vecchie mentalità. Abbiamo necessità di nuove regole, abbiamo idee ma non le capacità di farle decollare. Ci riempiamo la bocca di parole come Start-Up ma non sappiamo farle funzionare. La classe dirigente deve partire dal basso con nuove idee, ma se non abbiamo nessuno in cima in grado di capirlo… Nulla cambia per paura di cambiare.

Ciao, lavoro dietro le quinte

Vi è mai capitato di vedere uno di quei documentari sulla natura super dettagliati dove riescono a filmare in macro l’intero processo riproduttivo, poi da bruco a farfalla? oppure di come i pesci cristallo si nutrono e ancora come gli uccelli riescono a vedere un insetto in mezzo alle foglie e lo puntano per mangiarlo? ma penso anche a come si muove un serpente in mezzo alla Foresta Amazzonica? a me sì e come sempre faccio le mie riflessioni del caso. Dietro a quei pochi minuti che noi ci godiamo sul divano o che passiamo davanti alla televisione, spesso distratti, ci sono persone che hanno passato ore in acqua, appostati con le loro telecamere in posti impossibili da immaginare in posizioni strane per non farsi vedere o camuffati in modi assurdi.

I fotografi e i cameramen che realizzano i documentari sono una parte di questo lavoro che noi vediamo, c’è poi chi monta, chi ci mette le musiche, gli effetti, ecc. Possiamo parlare allo stesso modo di chi lavora per far suonare il nostro gruppo preferito dal vivo, oppure chi ci permette di di goderci lo spettacolo a teatro.

Questo lavoro è il “dietro le quinte“, purtroppo sempre più spesso è denigrato e scontato. Ogni cosa che ci passa tra le mani, ogni servizio che usiamo, ogni software che facciamo girare sul nostro PC, ha qualcuno che ha lavorato dietro le quinte per pensarlo, crearlo e farlo arrivare a noi, forse merita rispetto e riconoscenza.

Oggi siamo nel mondo del tutto free, voglio tutto senza pagare. Abbiamo Google che ci da una casella di posta senza pagare, pretendiamo che anche gli altri facciano la medesima cosa, abbiamo Facebook che ci permette di postare le nostre foto in modo che tutti possano commentarle oppure YouTube che ci “regala” la possibilità di vedere video in ogni momento della nostra giornata, ascoltarci musica e seguire chi ci piace per farci influenzare. Vogliamo allora che ogni cosa possibile e immaginabile debba essere Free o meglio GRATIS, quello che non capite è che nulla di tutto ciò lo è. Voi pagate ogni giorno ogni cosa, solo che pagate con una moneta che ha molto più valore del denaro, VOI.

Mi considero un lavoratore dietro alle quinte, davanti al pubblico ci sono sempre altri che sono bravi a valorizzare se stessi ma non sanno che il loro successo è dovuto al lavoro che sta alle loro spalle. Non mi riferisco per forza al datore di lavoro, nella maggior parte dei casi anche lui lavora dietro le quinte, parlo di chiunque davanti a te capace di proporre una soluzione al problema di altri, lo confeziona a puntino, poi si gira ti passa la confezione e dice… FALLO!

Mi capita sempre più spesso di incontrare situazioni, o meglio dire ci inciampo letteralmente sopra, e non sono il solo, nelle quali è scontato l’apporto che devi dare alla soluzione, perché tu devi trovare la soluzione di qualcosa che non hai pensato, non hai analizzato e al quale non hai dato un tempo.

Credo che alla fine tutti lavoriamo dietro alle quindi di qualche spettacolo, il problema è che gli spettatori pensano che gli unici che debbano ricevere gli applausi e le lodi sono sono quelli che si vedono e che raramente si ricordano di chi gli permette di essere lì a fare gli splendidi.

Virtualizzati

Chi lavora nel campo informatico conosce il termine Virtualizzazione, da alcuni anni ormai la virtualizzazione è entrata prepotentemente nell’ambito IT. I motivi sono diversi, si parte dalle nuove architetture distribuite, dal fatto di poter avere servizi diversificati su macchine, se pur virtuali, dedicate, abbiamo sempre più frequentemente reti sulle quali sono presenti sistemi operativi diversi, oppure architetture SOA alle quali vengono dedicate macchine con caratteristiche specifiche per singoli servizi.

La virtualizzazione è vantaggiosa soprattutto per chi gestisce le macchine e l’infrastruttura HW, è più semplice gestire backup e restore, in caso qualche cosa non funzionasse correttamente, è più semplice cambiare le performance (RAM, CPU, Disco) quando necessario, e così via. Certo, l’hardware e il software per gestire una infrastruttura virtuale hanno costi onerosi ma ha il suo perché da molti punti di vista.

Abbiamo detto che il mondo IT è già preparato, ma la virtualizzazione è nella vita di tutti i giorni, forse molto di più di quello che pensiamo. Abbiamo gli operatori di telefonia virtuali, sono quegli operatori che non hanno una propria rete ma sfruttano quelle esistenti, dietro accordi commerciali, e vendono un loro servizi come se fossero operatori reali ma di fatto loro non hanno nulla, alcune le conosciamo tutti PosteMobile, Kena, CoopVoce, FastWeb Mobile, e molte altre. A breve probabilmente ci virtualizzeranno anche le SIM telefoniche, niente più pezzo di plastica da inserire nel telefono ma il nostro telefono “saprà” che numero usare.

I nostri soldi hanno un valore reale, ma nel mondo della finanza è tutto virtualizzato, sappiamo che l’ammontare del valore di denaro mondiale non ha una corrispondenza in banconote fisiche, ogni volta che trasferiamo dei soldi utilizzando carta di credito, bancomat, bonifici e altro, quello che spostiamo è sì una valore reale ma su supporto virtuale.

Ci hanno virtualizzato le carte di credito, vedi l’uscita recedente di Apple Pay, anche in questo caso, virtualizzi la tua carta di credito all’interno dell’IPhone o dell’Apple Watch e paghi direttamente con il device. Oppure strumenti come SatiSpay che crea un borsellino virtuale e trami l’app di permette di fare pagamenti. Non dimentichiamo la virtualizzazione monetaria per eccellenza, le Cripto Monete o Criptovalute, avrete sentito parlare di Bitcoin, Ethereum, ed altri. Sono monete totalmente virtuali che esistono solo in rete ma oggi possono essere usate per pagare servizi oppure scambiate in denaro reale. Come funziona una Cripto moneta è una cosa abbastanza complessa da capire, parliamo di Blockchain e cifratura ma è molto più semplice usarla, quindi non voglio annoiarvi, passiamo oltre.

Sembra finita qui, ma è solo l’inizio, se ci guardiamo attorno, vediamo che siamo pieni di servizi che virtualizzano una nostra proprità e la tolgono dal nostro possesso, certo sono scelte nostre, virtualizzano qualcosa che fino a qualche tempo prima per noi era tangibile. Prendiamo l’esempio di Spotify, paghiamo un servizio per ascoltare tutta la musica che vogliamo ma nulla è più nelle nostre mani, non abbiamo noi la musica, possiamo farne il download, avendo un account premium, ma possiamo ascoltarlo solo sul device sul quale lo abbiamo scaricato, ma se ci scade l’account?, nulla è più nostro o anche ciò che avevamo sul nostro device, non possiamo più ascoltarlo.

Servizi di questo tipo ce ne sono per tutte le necessità, il cloud ha poi esteso la virtualizzazione portando tutto al di fuori della nostre rete aziendale, della nostra casa, del nostro computer.
Penso sempre… se sono un’azienda che paga per avere un servizio sul cloud, la mail, i documenti, i contatti, se dovessi smettere di pagare? non dico che la mia roba non la rivedrò più, ma non saprei più dove metterla se non su un altro servizio di Cloud, se da oggi, come azienda intraprendo questa strada, ho generato una dipendenza totale dalla virtualizzazione.

C’è ancora molto di cui parlare ma concludo parlando di realtà virtuale e realtà aumentata. Anche in questo caso viene virtualizzato un mondo che non esiste attorno a noi, Oculus Rift, Gear VR o Holo Lens, non hanno spopolato come ci si aspettava ma è comunque un trend in salita, quando avremo applicazioni reali alla realtà virtuale, strana cosa da dirsi ma ma dobbiamo trovare applicazioni nel nostro mondo reale nelle quali usare le applicazioni virtuale, probabilmente diventeremo dipendenti dal mondo che altri creeranno per noi.

Non pensate che sia contrario a questa evoluzione tecnologica, l’Homo Sapiens ha prevalso su tutti gli altri animali, sia per ferocia, ma sopratutto per volontà di evolversi indipendentemente da quello che gli sta intorno.
Virtualizzare è diventato necessario per poter superare dei limiti, quali sono questi limiti?, solo la virtualizzazione della realtà ce li può mostrare.

Gli altri ambiti nei quali verrà utilizzata in modo massiccio la realtà virtuale, li lascio immaginare a voi, vi assicuro che non ci vuole poi tanta fantasia.

Il limite nell’era del tutto

Recentemente mi sono imbattuto in situazioni strane, ogni cosa che usavo aveva un limite, certo, ogni cosa possiede un limite, quello che mi hanno colpito sono state le caratteristiche di questi limiti.

Capisco la stranezza di quello che scrivo e il poco interesse che questo possa suscitare in voi, però, facendo un po’ di posto a quello che è il mio senso pratico, ho trovato le cose curiose e quindi non ho resistito a farci sopra qualche considerazione.

Nella mia macchina, il limite del volume è 62, proprio così, una valore che apparentemente può non avere un significato, perché questo numero? Chi ha curato la UX non poteva pensare che il volume poteva essere espresso in percentuale? Minimo 0% massimo 100%, in questo modo, quando aumento il volume, mi rendo subito conto che sto arrivando al volume massimo, così mi ritrovo a dare su il volume o ad un certo punto viene fuori la scritta MAX.

Dopo questa mia considerazione sul volume della macchina, mi sono capitate altre cose relative al “limite” quindi mi sono interrogato sul perché vengono definiti limiti curiosi. Quando non vengono definiti limiti? quando invece avrebbe senso metterli? Tutto di fatto ha un limite, che poi questo limite sia dove noi non possiamo arrivare, è un altro discorso.

Amazon vende spazio disco illimitato ad abbonamento annuale, lo spazio è certamente limitato ma loro ne hanno quantità enormi che noi probabilmente non riusciremo mai a riempire, ma con la formula ILLIMITATO la cosa ci rassicura e il Marketing funziona meglio, da qui parte il discorso in ambito tecnologico.

Da un cliente ho scoperto che un fornitore di posta molto conosciuto, ha un limite su quanti utenti possono essere presenti in un gruppo, il numero è 25, ho approfondito e capito il perché di questo limite, questioni prestazionali, dirlo prima che attivi questo servizio?
In un’altra situazione abbiamo scoperto che un servizio, anche questo molto conosciuto, ha un limite definito di 1000 utenti, se ne hai di più? Ti cerchi modi alternativi.
Questa invece l’ho trovata magnifica, il mio provider, mi dà spazio disco illimitato ma… un numero limitato di file, ottimo provider ma scoprirlo dopo che su quell’informazione ci hai fatto molti ragionamenti…
Ultimo esempio, un noto operatore ha appena lanciato una nuova tariffa con connessioni dati Unlimited, puro marketing, la verità è, hai 5GB che se vengono consumati, continui a navigare a 128kbps, certo con questa velocità ci puoi fare un sacco di cose, e il 90% degli utenti sappiamo benissimo come utilizza uno smartphone (ovviamente queste informazioni sono nelle varie postille del servizio).

Se ci pensate, quando vieni messo davanti ad un limite la cosa scoccia molto, probabilmente essendo nel mondo del tutto possibile, tutto connesso e tutto illimitato, trovarti davanti a queste situazioni genera confusione e spesso ti arrabbi o prendi la cosa di petto solo perché nessuno ti ha detto prima che esiste quel limite, lo sei venuto a scoprire da solo e solo quando hai raggiunto quel limite.

Ma perché tutta questa tiritera? semplice, viviamo nell’era del tutto, ma di fatto, tutto ha un limite, forse avrebbe senso dichiarare e far capire meglio i limiti di un servizio e mettere così gli utenti più a loro agio.

Magari, dopo aver letto questo, scoprirete che vicino a voi ci sono più limiti di quello che pensate. Se pensate di essere liberi e di avere tutto quello che volete, probabilmente non avete ancora raggiunto il vostro limite.

Un limite c’è sempre.

AI Sexual, gli innamorati del futuro

Era un po’ che volevo scrivere questo articolo, un po’ per curiosità e un po’ per capire se è un argomento del quale possiamo parlare senza considerarlo una stupidaggine.

Capisco che il titolo potrebbe risultare un po’ fuori dagli schemi, ma nell’ultimo periodo mi è capitato, visto anche l’enorme interesse su questo argomento, di leggere articoli, libri e ricerche che parlano di Intelligenza Artificiale e BOT.

Siamo inondati da modelli di sessualità, non intesi come atto in sé ma come modello di attrazione tra due persone, alcuni esempi sono il pansexual e/o polisexual, bisexual, etero, ecc., più una serie di sottoinsiemi che definiscono elementi specifici di attrazione. A questi perché non possiamo aggiungere un modello AI-Sexual?
Proviamo a guardare oltre il blocco che abbiamo rispetto al fatto di considerare impossibile innamorarsi di qualcosa che non sia umano, nel senso di essere, uomo o donna che sia.

Abbiamo casi di persone che hanno chiesto di sposare la loro macchina, sì, la macchina su quattro ruote, oppure persone che convivono con bambole di gomme e si ritengono appagati perché hanno una ricambio nel “rapporto” con questi elementi. Possiamo dire che sono casi strani e rari, non li possiamo considerare perché non è possibile innamorarsi di oggetti inanimati e sono persone malate, ecc. ecc., ma se passiamo oltre a questo, perché non possiamo innamorarci di un elemento che anche se inanimato ci restituisce qualcosa o crediamo che lo faccia che ci rende felici?

Credo che il nostro futuro possa davvero essere simile al progetto di Kubrick raccontato in A.I. – Intelligenza artificiale, film del 2001 diretto da Steven Spielberg oppure a l’Uomo bicentenario tratto da un racconto di Isaac Asimov oppure alla trama di Ex Machina, già oggi accadono situazioni simili e vengono portate alla luce.
Benché non esista ancora un livello tecnologico che permetta realmente ad una macchina di “pensare” e capire realmente ciò che noi diciamo, esistono situazioni nelle quali utenti che parlano via chat con “qualcuno” generino una dipendenza o un’attrazione totale per chi sta dall’altra parte pensando sia una persona e non una macchina. Esistono BOT che sono più o meno in grado di dare risposte reali in base a come sono stati addestrati ma da qui a parlare di intelligenza artificiale c’è ancora un po’ di strada da fare. L’essere umano di base è semplice con esigenze semplici quindi è facile capire e prevedere un gran numero di queste esigenze, il problema è dare risposte a ciò che non viene considerato, questa sarà la vera rivoluzione dell’intelligenza artificiale.

Una vicenda recente portata alla cronaca è quella di un sito community dedicato a persone con problemi di insicurezza, di scarsa considerazione di se stessi che utilizzava questo sito per scambiarsi informazioni, per gestire i momenti difficili e così via. Ad un certo punto è stato inserito un BOT nel flusso di comunicazione con gli utenti perché avevano notato che le richieste erano molto simili quindi poteva aver senso. Per un certo periodo la cosa ha funzionato fino a quando qualcuno sì accordo che dall’altra parte non c’era una persona ma bensì una macchina. Questo è avvenuto per quello che dicevo prima, non siamo ancora ad un livello tale che una macchina possa sostituire una persona nella comunicazione in quanto alla macchina vengono “insegnate” delle cose ma oltre a quelle non è in grado di andare. Comunque, scoperto il BOT gli utenti di sono arrabbiati molto perché si sono sentiti traditi, aspettarsi che fosse una macchina a dargli sollievo durante i loro momenti di sfogo era troppo.
Un altro esperimento universitario, ha dimostrato che in un contesto di mille persone messe in contatto tra loro e via via sostituire le persone con BOT, senza ovviamente dire nulla, generava comunque soddisfazione da parte degli utenti e in alcune situazioni gli utenti si sono innamorati dei loro partner artificiali.

In questo momento il nostro modello sociale non può contemplare l’amore verso qualcosa di artificiale, se però dovesse accadere, e probabilmente accadrà, che robot e/o macchine senzienti vengano accettate come parte integrante della società, l’essere umano accetterebbe l’idea di potersi innamorare di qualcosa di non umano? Credo di sì.

Vedo ancora lontana questa svolta, per motivi tecnologici in primis, ma già oggi abbiamo situazioni che sempre più spesso evidenziano la fragilità dell’essere umano nelle relazioni, se la relazione è virtuale, ho la certezza che sarà sempre più difficile capire chi c’è dall’altra parte e il dramma sarà sempre il momento nel quale si scoprirà che chi è dall’altra parte del filo, non esiste come pesiamo noi.

I Social e la nostra Privacy

Io onestamente non capisco, credo che le persone, e qui “sparo nel mucchio” certo di colpirne molte, siano incapaci di capire le basi dei social network GRATUITI.
Ci si lamenta che:

  • Tracciano la nostra posizione
  • Condividono le nostre foto
  • Salvano le nostre chat
  • Condividano le nostre informazioni
  • Che possano far scoprire cose di noi ad altri
  • Ci mostrano continuamente pubblicità

Ma di fatto questo è il loro valore, sapere tutto di noi e venderlo ad altri, il marketing attraverso i social network è potentissimo perché consente di sapere i nostri gusti, sapere cosa ci piace, cosa vorremmo comprare o cosa non vorremmo compare in base al nostro stato d’animo, alle nostre amicizie, dove andiamo o come ci andiamo, tutto raccolto dalle app interne al nostro amico telefono.

Quindi perché ci si lamenta? se siamo i primi a pubblicare le nostre foto, il nostro stato d’animo, quello che ci piace, cosa mangiamo, cosa compriamo, mettiamo i “ci piace” su cosa comprano gli altri o su cosa vorremmo comprare per noi.
Se postiamo una foto sulla nostra pagina Facebook o Instagram, questa viene scaricata da qualcuno o pubblicata sulla sua pagina Facebook che a sua volta altri pubblicano o mandano in giro, non possiamo poi noi lamentarci che la cosa non doveva essere fatta dal momento che noi per primi abbiamo deciso di divulgare quel dato.

Sono poi stranito dal fatto che non si capisce una cosa, allo stato attuale della tecnologia, i giovani e giovanissimi, non hanno idea di cosa sia la privacy, loro sono nati in un mondo che vede nella condivisione la possibilità di essere qualcuno, le nuove star vengono fuori dai Social Network, i cantati dai Talent Show o da YouTube, gli esperti di cucina sono food blogger e gli stilisti chiamano alle loro sfilate le fashion blogger più affermate perché sono in grado di influenzare schiere di fan senza dover spendere capitali in marketing.

Quindi il nostro compito non è preoccuparci della privacy, di fatto la privacy è il nostro rapporto che vogliamo avere noi con il mondo. Capire e far capire che ogni cosa che decidiamo di pubblicare, ovunque, ha una conseguenza, quello che finisce resta in “vivo” anche dopo di noi, può sempre tornare in primo piano ed è possibile che qualcuno lo usi per ottenere “qualcosa” da noi.

La rete non è il male, è uno strumento, siamo noi a decidere come utilizzarlo, quale livello e quale parte della nostra vita vogliamo rendere pubblica è solo una nostra decisione ma se decidiamo, è nostra responsabilità gestirne le conseguenza. Dico questo per far capire che i giovani non sono in grado di capire quali sono le conseguenze, la loro visione della rete è un posto nel quale puoi essere qualcuno o puoi contare per qualcuno, molti o pochi non è importante, l’importante è esserci in un qualche modo, il disastro è che nessuno, o quasi, è in grado di fargli da guida, sarebbe utile che fossero argomenti discussi nelle scuole, sarebbe utile che i genitori sapessero gestire la loro vita Sociale, sia online che offline, per essere di esempio ai figli.

La privacy è importante nel momento in cui riesce a difenderti da chi vuole usarti per i propri scopi, non è uno strumento per permetterti di nascondere ciò che non vuoi far conoscere agli altri.

E’ un argomento molto vasto di cui si parla molto poco e se ne parla, solo per fare ascolti, solo nei casi in cui qualcuno si suicida per dei video apparsi in rete o per profili falsi usati per denigrare un compagno di scuola. Dietro c’è molto di più e nascondere tutto o non considerarlo importante, porterà ad una sempre minore consapevolezza dei pericoli che di fatto sono dietro l’angolo.

Osservate le persone attorno a voi, vedrete che sono veramente in pochi a capire quello che fanno, a capire che ci sono conseguenza, per gli altri è tutto il mondo dei balocchi e la soluzione non è non avere un account social ma è un motivo in più per averlo e imparare ad usarlo.

Tiriamo le somme anche quest’anno 

Come sempre a fine anno, mi guardo indietro per vedere cosa ho fatto e cosa avrei potuto fare, questo mi è utile per capire come procedere con il nuovo anno, darmi le priorità e fare le scelte, non mi sembra giusto prendere quello che viene ma decidere cosa prendere prima che altri lo facciano per me.

Sono una persona che fa tantissime cose e chi mi conosce lo sa, il 2016 non è stato da meno, ho fatto tanto, ho conosciuto persone nuove, ho riscoperto di me cose che avevo messo da parte come leggere libri e fermarmi di più a pensare. Tra i tanti progetti che ho fatto, alcuni in particolare mi stanno dato molta soddisfazione, Data Service App, Flexy Wall e l’ultimo nato Mostre di Fotografia che, grazie alla collaborazione di un’amica, sta dando i suoi frutti, c’è ancora da fare come sempre in questi casi, ma gli utenti rispondono e restituiscono feedback e questo da sempre molta soddisfazione e permette di migliorare, poi vediamo per quelli che ho in corso.

In primo luogo devo ringraziare, Me e la mia dolce metà che vi assicuro ha molta pazienza perché mi fermo poco a pensare e tiro dritto a testa bassa, segue poi la mia famiglia e Green Team, poi c’è un elenco, che non faccio, di persone con le quali ho potuto scambiare nuove idee e creare nuove opportunità.

Poi, se usciamo dal mio lavoro e dalla cosa che mi piace fare di più, posso dire che…

  • Ci siamo visti più di 30 concerti
  • Ho scritto recensioni su Tutto Rock
  • Mi sono divertito
  • Ho letto molti libri interessanti
  • Ho cucinato tantissimo
  • E… Boh! Altro sicuramente ma non ricordo.

Ho già una lista di cose da fare nel 2017, come ho già scritto in questo blog, i prossimi anni saranno pieni di possibilità, la cosa importante è prenderle in tempo, quindi io faccio la valigia e salgo, vedrò poi quando avrò voglia di fermarmi.

Buone feste a tutti